“Il suono della campanella”
un successo cinematografico imprevisto

Quando nelle nostre culture manca una parola, anche il titolo di un film può essere completamente travisato nella traduzione. Il film di cui si parla in questa pagina racconta la storia dell’amicizia fra un vecchio contadino e un vecchio bue che per decenni l’ha aiutato pazientemente nel lavoro e che è ormai giunto alla fine dei suoi giorni. Da noi si usa mettere al collo delle mucche un campanaccio che serve a spaventare le serpi in montagna. In Corea invece, dove le mucche non venivano utilizzate per il latte, era più importante il bue per fare i lavori nei campi. Anziché il campanaccio, gli si metteva al collo una campanella. Il nome coreano del film, «워낭소리» (Il suono della campanella), non poteva essere tradotto letteralmente, perché l’oggetto indicato dalla parola wonang 워낭 (la tipica campanella che si attacca al collo di un bue o di un cavallino da tiro) non ha un corrispettivo esatto nelle nostre lingue occidentali.

Ed ecco che, al posto del malinconico titolo dell’originale, che rappresentava bene tutta la tristezza per la imminente perdita di un amico fidato col quale il contadino aveva lavorato per tanti anni, si arriva al titolo in inglese “Old Partner”, ambiguo e disdicevole per il significato che la parola “partner” assume oggi in Occidente, soprattutto se, nel raccontare la storia, si mette l’accento sul fatto che la moglie del contadino diventa gelosa dell’amicizia del marito con l’animale e si parla addirittura di in un ménage a tre. Così una storia di un’ammirevole profondità, simpatia e delicatezza, viene subito snaturata per adeguarla grossolanamente a quello che si pensa alberghi soprattutto nella “sporca” mente degli occidentali, sperando che il titolo inglese attiri più spettatori. E, naturalmente, cambiato il titolo, si è pensato bene di cambiare anche il manifesto che lo presenta. (L’articolo riportato qui sotto, nella versione in inglese portava l’immagine del manifesto a colori esagerati per la presentazione in Occidente del “Vecchio partner”. Noi, invece, abbiamo ricuperato quello che è il manifesto originale, molto toccante, del film in coreano.)

Questo episodio mi porta alla mente un bellissimo film giapponese che vidi, credo, nel 1962, originariamente intitolato “L’isola di Hadaka” (Hadaka no shima ), che narrava la vita dura e difficile di una coppia di contadini che vivevano con due figli su una piccola isola dell’arcipelago Setonaikai. Per attirare gli spettatori occidentali il titolo di questa delicatissima opera d’arte, in cui nessuno dei protagonisti parlava, era stato cambiato in “Naked Island” (in italiano: «L’isola nuda») e il cartellone pubblicitario rappresentava delle ballerine hawaiane in abiti succinti che poi non comparivano mai nel film.

Nota: Cliccando su un carattere cinese studiato nelle scuole medie ne viene visualizzata la scheda.



Il manifesto originale del film: nelle mani del protagonista la campanella che era legata al collo del bue

C

on pochissime eccezioni, i film indipendenti devono ritenersi soddisfatti se vengono presentati ai festival cinematografici, se hanno una fugace vita nei cinema di periferia con apparizioni su un paio di schermi e se terminano con una lunga carriera sugli scaffali dei negozi di DVD.

Ma il filmato documentaristico di 78 minuti, chiamato in coreano “워낭소리” (Il suono della campanella) e in inglese “Old Partner”, si è rivelato far parte di quelle rare eccezioni. Questo poetico documentario girato con una spesa limitata sta per diventare il filmato indipendente con maggiore successo della Corea. Ha fatto il suo debutto in sette sale cinematografiche il 15 gennaio 2009, con poche aspettative di successo, ma ai critici cinematografici e agli spettatori il film è piaciuto molto e, al massimo del successo, questo “Vecchio partner” è stato proiettato su oltre 200 schermi.

Diretto da Lee Chung-ryoul (이충렬), il film narra la storia vera di un vecchio contadino sciancato (Choi Won-kyun 최원균) e del suo bue morente che lo ha servito fedelmente per decine di anni. I costi di produzione e il minuscolo bilancio pubblicitario hanno sfiorato appena i 100 milioni di won (75.000 dollari USA) ed è anche difficile pensare che uno studio coreano abbia investito del denaro in un progetto come questo. Ciononostante, le ultime stime mostrano che questo film ha ora guadagnato varie volte quello che è stato speso a produrlo.

La storia di questo uomo e del suo vecchio compagno nel lavoro, che si focalizza sulla semplice vita rurale e sui forti legami che si sono formati fra un vecchio contadino e il suo bue, così forti che sua moglie (Lee Sam-sun 이삼순) ne diventa gelosa, ha attirato la maggior parte degli spettatori delle città di una Corea industrializzata che si vanta di aver ottenuto una crescita economica quasi miracolosa dopo la Guerra di Corea, ma i cui cittadini sentono ancora chiaramente la nostalgia per la Corea pastorale dei bei tempi andati.

Affascinante come la storia di vita reale narrata nel film è il modo in cui questo è stato realizzato in primo luogo. Il regista Lee ha speso cinque anni alla ricerca della giusta coppia uomo-bue, dopo aver tratto ispirazione dalla sua infanzia trascorsa in un ambiente rurale.

Racconti che sono circolati sul processo di creazione del film hanno attirato gli spettatori tanto quanto il documentario stesso. Il regista Lee, costantemente a corto di denaro, dovette lottare per trattenere il produttore, specialmente perché il vecchio bue, che si pensava dovesse morire, si rifiutava di recitare la sua parte, posponendo sempre più la data del completamento del lavoro.

Il contadino ottentaduenne, Choi Won-kyun, è il protagonista del film, assieme al suo bue. E Lee Sam-sun, moglie di Choi, completa questo inusuale triangolo di affetti. A partire dalla prima visione del film, un gran numero di visitatori hanno invaso la vita privata della coppia, che finora aveva goduto di un’assoluta riservatezza nel proprio villaggio rurale.

Il film ha avuto successo fra i critici, vincendo un premio al prestigioso Festival internazionale del film di Pusan (Busan). È anche stato presentato in gennaio al Festival del film indipendente di Sundance (U.S.A.) e, nel giugno 2009, al Festival del documentario di Silverdocs, sempre negli Stati Uniti. Il 27 febbraio 2009 il regista, Lee Chung-ryoul, è stato il primo a ricevere il Premio Rookie per nuovi registi (Rookie Director Award) in occasione della 45ª edizione dei “Premi PaekSang per le arti” (45th Baeksang Arts Awards) come regista cinematografico indipendente (Indie).

Il film per un certo periodo ha mantenuto la sua posizione come pellicola numero uno, nonostante il fatto che fosse sfidato da film locali con attori famosi e da film hollywoodiani. Per un’industria cinematografica che lotta per sopravvivere, il successo di quest’opera al botteghino è una lezione importante per i produttori, cioè che una storia semplice e toccante può andare lontano.

Il precedente record sudcoreano al botteghino per un documentario cinematografico indipendente aveva raggiunto i 120.000 biglietti venduti. Ma questo nuovo documentario ha superato i 3 milioni di spettatori paganti. Perfino l’attuale Presidente della Repubblica di Corea, Lee Myung-bak, l’ha visto. Il villaggio di Bongha nella regione Gyeongsang del Nord, dove è stato girato il film, sta progettando di costruire un museo intitolato al documentario, per sfruttarne il successo.


Il regista Lee Chung-ryoul

La vecchia coppia di protagonisti è stata assediata dai turisti e il regista si è preoccupato che questi visitatori potessero turbare la riservatezza della loro vita di ogni giorno. D’altra parte il villaggio sembra essere contento di questo afflusso di gente per i possibili guadagni che fa prevedere.

La dinamicità, o frenesia, dello sviluppo sudcoreano e la natura piuttosto fredda della sua società, con una concorrenza spietata per ottenere un buon impiego o per potersi iscrivere alle migliori scuole, può aver gettato le basi per l’enorme successo del documentario. O, almeno, questo è quanto pensano i critici cinematografici.

“Il racconto di un’amicizia fra un essere umano e un animale, che illustra un forte legame fra i due, risulta profondamente toccante per i cuori degli spettatori.”, afferma il critico culturale Kim Jong-hui. E continua dicendo: “È un giocare sulla natura umana, e quello è il punto che affascina di più.”

Su YouTube si può vedere una bella presentazione (in coreano) del film. Colpisce profondamente una frase del film, quando il contadino, parlando del suo bue dice, con un senso di compassione: «이 소하고 나하고 같이 죽을거래...» (Io e questo bue probabilmente moriremo assieme...). E più avanti: «말 못하는 짐승이라도 나한테는 이소가 사람보다 나아요» (Anche se è un animale che non può parlare, per me questo bue è meglio di una persona).


Tratto da “A man and his old partner”, in Korea, Maggio 2009. Testo di Brian Lee, foto JoongAng Ilbo. Pubblicato con autorizzazione del Korea Culture and Information Service, che si riserva il copyright sull'intero contenuto della rivista. Riferimento: Korea.net.

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© Valerio Anselmo